Synecdoche, New York di Charlie Kaufman

di Raffaele Meale

Con sei anni di ritardo finalmente approda nei cinema italiani Synecdoche, New York, esordio alla regia dello sceneggiatore Charlie Kaufman. Con un dolente e irresistibile Philip Seymour Hoffman.

“Adesso sei qui, sono le 7.43. Ora sei qui, sono le 7.44. Ora stai andando.”
C’è una saggezza nascosta, quasi impercettibile, quasi impossibile e allo stesso tempo innegabile nel ritardo mostruoso, incolmabile e crudele, con cui Synecdoche, New York riesce alla fine a raggiungere le sale italiane. Fine che non si limita al reticolo standardizzato dei titoli di coda, cornice che accompagna la (non) vita di Caden Cotard, ma che rivendica la sua prepotenza “reale”, a pochi mesi dalla prematura scomparsa di Philip Seymour Hoffman. Ecco, l’uscita eternamente posticipata dell’esordio alla regia di Charlie Kaufman rimarrà nella mente di molti spettatori italiani come l’enigma post-mortem di uno degli attori più versatili, traboccanti, eterodossi della Hollywood contemporanea. Un requiem involontario che cancellerà – il rischio è questo – il vero rintocco maligno della campana, quello per lo stesso Kaufman: dal 2008, quando Synecdoche, New York venne accolto a Cannes tra gli applausi, la figura di Kaufman si è eclissata dagli orizzonti gloriosi che sembravano essere oramai eletti a sua dimora fissa. Nel gennaio scorso, proprio a ridosso della morte di colui che nel film interpreta il ruolo dello sceneggiatore, si è sparsa la notizia che Kaufman stia lavorando a How and Why, un serial televisivo con protagonista Michael Cera. Chissà…

Non ha senso, o forse non ha più senso (o, meglio ancora, non ha senso ulteriore) tornare a redigere recensioni su Synecdoche, New York: chiunque fosse minimamente interessato alla materia ha avuto senza dubbio modo, in questi sei anni, di scaricare il film dalla rete, di vederlo in streaming, di comprarlo in dvd o blu-ray dall’estero. È la cancrena inevitabile della modernità, l’impossibilità di esistere al di fuori del tempo e dello spazio “giusti”. Forse anche per questo viene ancor più naturale lanciarsi in un accorato appello a tutti i cinefili italiani, anche a quelli che potrebbero citare a memoria ogni singolo dialogo o soliloquio del film di Kaufman: uscite dalla vostra casa e lanciatevi nel cinema più vicino, immergendovi in un buio pesto dal quale risorgere alla fioca luce del proiettore. Potrà essere anche accusato di assumere una forma contorta e drammaticamente slabbrata, Synecdoche, New York, ma solo perché lo si approccia con lo sguardo pacificato da un sistema-cinema hollywoodiano che non accetta vie di fuga a una normalità apparente.
Perdetevi anche nello spazio-tempo kaufmaniano, ma la verità è che Synecdoche, New York è tutto lì, in quel titolo che scherza con la lingua (Schenectady, la contea a est della Grande Mela) per raccontare la folle tragedia di un uomo che è solo, e soltanto, la vita. Come sempre, nel cinema scritto da Kaufman. La sineddoche, figura retorica per eccellenza dell’american way of life, un’America che dimentica per strada gli “Stati Uniti”, dandoli per scontati; ma anche, a ben vedere, la sineddoche di un drammaturgo come Caden Cotard, la cui vita è la propria opera, senza poter operare alcuna distinzione. Un’opera che è perennemente in fieri ed è impossibile da portare in scena, revisionata in continuazione, eternamente imperfetta, mancante, monca, sbagliata perché reale e dunque irreale, in un universo in cui anche il più troneggiante dei grattacieli è solo la copia.

Synecdoche, New York è, come già l’intera opera di Kaufman, l’elogio e la messa alla berlina dell’imitazione, unico istante di sincerità di un’umanità sbiadita, sola e destinata all’ineluttabile oblio. Cotard/Hoffman vorrebbe raccontare la propria esistenza imitandola, ma si limita solo a imitare l’imitazione della propria vita, rincorrendo in circolo – unica figura geometrica accostabile al cinema di Kaufman, come sentenzia Hazel/Samantha Morton con la battuta “the end is built into the beginning” – il sogno di una perfezione che è dettata solo dalla melanconia della memoria.
Come il John Cusack che nel finale di Being John Malkovich fissa attraverso gli occhi della figlia (nel cui corpo vive senza reale vita) la donna che ha sempre amato ripetendo ossessivamente “guardami”, anche Cotard fissa l’esistenza senza preoccuparsi di viverla, senza accorgersi di quello che gli succede intorno. “Dove sono finiti tutti?”, chiede spaesato per sentirsi rispondere “La maggior parte è morta, altri ci hanno lasciato”; è il cinema/vita di Kaufman, preambolo e forse già esecuzione di una morte che è l’unico elemento certo. Prima dell’arte, che le si tende con malcelata fascinazione. Prima della stessa vita, che è arte senza percezione della stessa. La morte è l’elemento cardine di Synecdoche, New York, permea ogni singola inquadratura, tramuta i vezzi “bizzarri” dell’indie a stelle e strisce (che Kaufman ha sempre rifuggito, fin dagli esordi, fagocitandoli in un’esperienza catartica che il panorama che lo circonda non capirà mai, perché non sa (di) viverla) in una marcia funebre perfino coccolante nel suo incedere maestoso e ridicolo allo stesso tempo.

Nulla sarà mai metacinematografico come il cinema di Charlie Kaufman, perché in lui non solo non vi è separazione tra realtà e finzione, ma quest’ultima vive in un universo così radicato, strutturato e complesso da aver bisogno di creare un’ulteriore finzione per cercare di discernere la propria sincera realtà. “C’è stato qualcosa, una volta, prima di te, un eccitante e misterioso futuro. Ora è dietro di te, vissuto, incompreso, deluso. Hai realizzato che non sei speciale. Hai lottato nella vita e ora stai silenziosamente scivolando fuori da essa.”
Ecco, in questa frase, desunta da uno dei monologhi di Synecdoche, New York, si riassume il senso del tempo, dello spazio e dell’immagine in movimento di Kaufman. Questo è il suo unico testamento, e come tale è infinito e sovraccarico di dedali e ramificazioni. Ciò che muore è già morto mentre viveva, e ciò che vive è vissuto solo per essere rappresentato, in maniera eterna, ciclica, quasi monotona. È il silenzio dell’arte a essere di per sé già vita. Nel suo silenzio autoriale, da sei anni a questa parte, l’arte di Charlie Kaufman sta urlando, ovviamente senza orecchie per ascoltarla. È il sole eterno di una mente senza macchia, l’adattamento/riduzione della “realtà”, la confessione di una mente pericolosa. È la sineddoche, lo scherzo sublime. È, infine, la natura umana. Lo scherzo, a tratti, sublime.

L’autore: Raffaele Meale (Roma) è tra i fondatori della rivista di critica online Quinlan.it. Collabora con alcune riviste periodiche (tra le altre Inland, Blow Up, Eidos) e con Alias, inserto settimanale de Il manifesto. Collabora con i volumi Marsilio legati alle retrospettive del Pesaro Film Festival. Ha curato con Enrico Azzano le due edizioni della rassegna “Nihon Eiga. Storia del cinema giapponese”, in collaborazione con la Japan Film Foundation e la Cineteca Nazionale. Sempre con Azzano ha curato i volumi collegati all’evento. Ha preso parte a volumi collettanei dedicati, tra gli altri, a Shinya Tsukamoto, Satoshi Kon, Studio Ghibli, Carlo Lizzani, Alberto Grifi. Cura retrospettive all’interno dei lavori della Cineteca Nazionale, ha collaborato con l’Asian Film Festival e diretto il Roma3 Film Festival. Nel 2017 ha curato per conto del Future Film Festival di Bologna la retrospettiva “Apocalissi a basso costo” e per ANAC, quattro incontri sul cinema di genere italiano degli anni Sessanta. È autore del volume Fuori i compagni dalle balere. Viaggio nella musica dell’Emilia-Romagna. È membro del consiglio nazionale di SNCCI e della commissione “Film della Critica”.
Il pezzo è già apparso su Quinlan.it.

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